La crisi economica, sociale e ambientale italiana ha un denominatore comune ed è da individuare nella incapacità decisionale della politica.
Che cos’è la politica? Dopo anni di ignobili teatrini televisivi pieni di politici-divi che litigano su tutto e che si interrompono reciprocamente i discorsi, sembra che la politica sia semplicemente parlare male o bene del tal politico.
No, questo non è fare politica: questo è parlare dei politici.
Fare politica significa avere una visione del futuro e basandosi su di essa, impostare leggi e provvedimenti volti a garantire un’esistenza dignitosa alle future generazioni. Oggi non è più così, lo scopo principale di un politico è semplicemente conquistare consensi e grazie alle raffinate alchimie della comunicazione televisiva, riesce a farlo anche solo curando la propria immagine facendo passare in secondo piano tutto il resto. Una politica fatta solo di sorrisi, scollature, cerone, trapianti di capelli e gare a chi fa la battuta migliore… non può portare a nulla né di concreto né di buono per il paese.
E così, dopo quasi 17 anni di seconda repubblica e tante promesse a vuoto, l’Italia si ritrova a fare i conti con i risultati della politica del nulla. Diciassette anni di nulla, nessun piano sulla mobilità, nessun piano sull’ambiente, nessun piano serio sull’energia… niente. Potremmo definire questa fase storica della politica nostrana semplicemente prendendo in prestito il titolo del film “Sotto il vestito niente”.
A onor del vero qualcosa è stato fatto ma non ha nulla a che spartire con il bene comune, al di là delle leggi evidentemente cucite su misura del Presidente del Consiglio per evitargli di fare i conti con il suo passato, il grosso problema è che la gente continua a votare persone che ricoprono cariche pubbliche avendo in mente che “privato è meglio”.
Non serve molto cervello per capire che una politica del genere crea grassi guadagni a pochi e miseria per molti.
Il mercato serve, certo, ma le dinamiche economiche legate alle economie di scala e al meccanismo della domanda e offerta creano vantaggi per la collettività solo per alcuni tipi di attività come quelle manifatturiere o commerciali ma non per servizi monopolistici come le telecomunicazioni o le autostrade. Non è difficile capire che se i pedaggi e il canone telefonico si pagano ad aziende privatie poi mancheranno soldi nelle casse statali. Per non parlare poi di sanità e scuola…
Com’è possibile concepire di incentivare la sanità privata a scapito di quella pubblica se non mossi da interessi corporativi? Se mi devo operare ad un ginocchio chi mi dice qual’è la migliore clinica? Quella dove si paga di più? Se sono solo un operaio e non posso permettermelo? Le gamba mi serve per lavorare!
Com’è possibile sottrarre risorse alla scuola pubblica finanziando la scuola privata perché: “Costa meno allo stato”? Lo stato siamo noi e se dobbiamo mandare i figli alla scuola privata dobbiamo pagare noi la relativa retta che comprende anche il lucro dell’istituto e non solo il costo del servizio.
Qualsiasi persona mentalmente “normodotata” è in grado di capire questo. Ma allora che cosa ha manomesso il meccanismo decisionale della politica italiana, meccanismo del quale dovremmo far parte? Perché i cittadini non sono più in grado di valutare serenamente queste cose?
Per la mancanza di una corretta informazione.
Se i media avessero fatto il loro dovere in questi anni, ora non ci troveremmo nel baratro. Una corretta informazione porta a conoscenza il cittadino di come i politici stanno operando e lo mette in condizione di bocciarli o promuoverli con il suo voto. Una informazione distorta (una dis-informazione) rinnega la sua stessa vocazione: la dis-informazione è “cane da guardia” del potere mentre la corretta informazione è “cane da guardia” della società contro gli abusi del politico.
Se i cittadini fossero stati correttamente informati sulla mancanza di chiarezza del passato di Berlusconi non lo avrebbero votato e anche gli altri partiti sarebbero stati attenti a non compiere abusi.

Se l’informazione avesse consentito ai cittadini di scegliere basandosi sulla verità, ora non avremmo avuto un parlamento pieno per metà di lobbisti e per il resto da yes-men. Nelle condizioni in cui siamo qualsiasi partito non può fare a meno di fare la corte a qualche centro di interesse economico se vuol salvare la poltrona. Questa è una delle conseguenze del Berlusconismo, un male che parte da lontano, ben prima della “discesa in campo” del Cavaliere celebrata in TV con video messaggio in stile “Presidente della Repubblica”.
Adesso dobbiamo fare i conti con i cocci della nostra economia, con la volontà perversa di continuare a privatizzare tutto, di far soldi a scapito della salubrità dell’aria e del territorio.
Forse siamo alla fine dell’impero politico di Berlusconi (anche se è lecito aspettarsi un rimbalzo in stile gatto morto) ma chi verrà dopo, come si comporterà? Magari non avrà la necessità di farsi le leggi su misura, ma il resto sarà a beneficio di chi? La politica post-Berlusconi sarà in grado di riparare a tutti guasti operati dal suo predecessore? Probabilmente no perché la leggina-sopruso passata sotto silenzio del popolo fa comodo.
Queste cose non dovranno più succedere, così come dovrà finire quella bizzarra mentalità secondo cui se si è votati ci si sente autorizzati a fare tutto quello che passa per la testa. Deve finire quel giochetto inventato dal nostro amato Cavaliere secondo il quale se sei in disaccordo con lui “sei comunista”. Questa è una trappola dalla quale dobbiamo imparare a fuggire.
Non dobbiamo avere paura del “comunista” o del “fascista” ma di chi calpesta la Costituzione e le sue regole democratiche. La democrazia si fonda sul principio che “Il popolo è sovrano” e smettiamo di credere nel “salvatore della Patria”: sono le idee che devono comandare e non le persone.
Solo se saremo in grado di seppellire questi reperti archeologici di mentalità politica potremo lentamente uscire dal pantano, è un dovere di tutti, nessuno si senta escluso. Solo se impareremo a guardare la TV con lo stesso approccio critico con cui trattiamo gli altri media potremo uscire da questo stallo e rioccupare il posto che ci spetta, come cittadini, nella macchina decisionale del nostro paese.
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