Video della serata bellanese di “Prima che diventi rifiuto”

“Prima che diventi rifiuto” è stata un successo, le circa 150 persone presenti in sala a Bellano hanno potuto assistere ad una conferenza insolita dove cittadini e amministratori pubblici si sono confrontati su un tema che li tocca da vicino e riguarda il futuro dei figli di tutti noi: la sostenibilità del nostro sistema di gestione dei rifiuti nell’ottica del risparmio delle risorse. Alessio Ciacci, ospite della serata e relatore principale, ha esposto i risultati conseguiti nel comune di Capannori (LU) dove lui è assessore all’ambiente, risultati frutto di impegno e dedizione da parte di un ragazzo eccezionale come Alessio, supportato da una giunta comunale e un sindaco che sanno guardare lontano. Era presente in sala anche Marco Molgora, dirigente Silea invitato alla serata per confrontare il modello di gestione dei materiali post consumo posto in essere a Capannori e il sistema a gestione integrata in uso in provincia di Lecco. Non sono mancate critiche da parte del pubblico a un modello di gestione viziato dalla necessità da parte dell’inceneritore di Valmadrera di “approvvigionamento carburante” per poter produrre corrente incentivata da denaro pubblico e incassare i “certificati verdi” ovvero 2.5-3 mln di denaro pubblico ogni anno. La tanto sbandierata “economicità” del sistema Silea è tale solo al netto degli incentivi pubblici, assorbe gli introiti che derivano dalla vendita dei materiali riciclati e non incentiva una raccolta differenziata “spinta” che genererebbe ulteriore cassa. Tale sistema mal si adatta a chi persegue una strategia volta ad azzerare i rifiuti. Marco Molgora dal canto suo ha manifestato la propria opinione volta alla necessita “di superare il modello basato sugli inceneritori”. Questo lascia ben sperare anche se sarebbe interessante sentire cosa pensano gli altri dirigenti Silea e soprattutto cosa hanno intenzione di fare i sindaci associati che la popolazione ha votato. Una domanda interessante e stata quella riguardante il riciclo delle plastiche dure che ora finiscono nell’indifferenziato: “Perché le plastiche dure vendute per riciclabili al 100% come il PP (n.5), non si riciclano”? La risposta desolata del dirigente Silea è stata: ”Perché la normativa indica che vengano riciclati gli imballaggi mentre le plastiche dure sono invece il contenuto degli imballaggi e cioè i beni venduti”. Una risposta che lascia a bocca aperta e da’ l’idea della filosofia demenziale, per non dire malafede, di chi scrive leggi simili: questa è una mossa che assicura carburante agli inceneritori e introiti derivanti dal sempre più scarso e prezioso denaro pubblico limitando nei fatti la raccolta differenziata che può e deve diventare totale. Non è più tempo di stare zitti di fronte a ciò che sta succedendo, il confronto tra il modello Capannori che trae introito dalla vendita dei materiali post consumo, che aumenta l’occupazione in attività utili alla collettività, che riduce la produzione di rifiuti considerandoli come beni e non scarti, stride fino alle scintille in confronto con la vecchia filosofia “usa e getta” dell’incenerimento. Una filosofia frutto di un approccio alle risorse arrogante e superficiale che ormai ha fatto il suo tempo. Non possiamo spendere soldi per pagare la distruzione di materiali che possono essere riutilizzati, farlo è sciocco e stiamo, per giunta, diventando più poveri… questa è la realtà! Dobbiamo continuare la nostra battaglia contro questi mostri resi ormai inutili dalle raccolte differenziate spinte e da nuove tecnologie di riciclo della (ben poca) frazione non riciclabile. Chiudere la stagione fallimentare dei termodistruttori significherà contribuire a risolvere il problema dei costi di smaltimento, dei posti di lavoro, delle emissioni di CO2 e dello spreco di risorse che dovremmo condividere con le future generazioni. Mentre aspettiamo che la politica centrale e locale faccia pace col buonsenso non dobbiamo mollare, tutti noi dobbiamo contribuire, a seconda delle nostre capacità, per riportare chi ci amministra sulla retta via.

Ecco il video della serata, diviso in 5 parti delle quali riportiamo la prima, buona visione.

Open day alla Silea

La raccolta dei rifiuti in provincia di Lecco contempla, per i rifiuti solidi urbani, principalmente tre macro categorie (vetro escluso): la differenziata o “frazione secca multimateriale” che viene conferita alla Seruso S.p.A. di Verderio, l’indifferenziata o “frazione residuale” bruciata nell’inceneritore della Silea S.p.A. di Valmadrera e la frazione umida conferita alla “Compostaggio lecchese” di Annone Brianza.

Sabato 28 maggio 2011 sono andato all’ ”Open day “ della Silea, una società a capitale pubblico partecipata da 92 comuni (90 lecchesi e 2 no) incaricata di smaltirne i rifiuti.

La visita riguardava l’inceneritore della Silea a Valmadrera e gli impianti della “Compostaggio lecchese”.

La prima domanda “sorge spontanea”: “Perché l’Open day non riguarda anche la Seruso dove finiscono i sacchi della raccolta differenziata?”. E poi: ”Perché un Open day ad un inceneritore?”.

Entro con la macchina nel parcheggio della Silea e davanti a me vedo un bellissimo parcheggio di mattoni autobloccanti con le zone di posteggio auto su prato erboso rinforzato con rete in plastica antifango e tra le file dei posteggi sono piantati degli alberi.

Chissà perché i nostri amministratori non costruiscono parcheggi così anche fuori da lì? Perché altrove solo asfalto?

Tutto intorno all’ingresso della Silea è composto da verdi prati e alberi (un bell’ingresso non c’è che dire) rovinato solo dal sorvolo circolare, un po’ più in là, di una ventina di corvi sopra un mucchio di qualcosa di indefinito.

Entro e un paio di signorine mi danno casco e tesserino e mi indicano il gruppo in partenza per la visita.

La descrizione del tour incomincia e un’altra signorina ci consegna nelle mani di tre tecnici che illustrano le fasi dello smaltimento dei rifiuti.

La prima tappa è la postazione di scarico materiale dai camion e qui chiedo ad uno dei tecnici come mai non c’è “Open day” anche alla Seruso S.p.A. e mi viene risposto che non è una società della Silea. Peccato, mi sarebbe piaciuto vedere che fine fanno i sacchi della raccolta differenziata.

La seconda tappa è la zona dove si carica l’inceneritore con una gru armata di benna “a ragno”, qui si possono vedere in fondo ad una buca i rifiuti indifferenziati composti per la maggior parte da plastiche, cartacce e involucri di cellophane di vario genere. Chiedo quanti rifiuti vengono bruciati e la risposta è stata: ”Circa 86000 tonn./anno. tutti provenienti dai 92 comuni e, occasionalmente, da fuori se altri inceneritori lombardi non ce la fanno.

La terza tappa è la “sala controllo” dove un tecnico illustra le fasi della combustione: una prima fase che innalza la temperatura a 450° e una seconda che porta il tutto a 1000°C, chiedo quanti metri cubi di gas metano utilizzano all’anno per raggiungere queste temperature e la risposta è stata: “Non utilizziamo gas”. Mi riesce difficile crederlo.

Il tecnico prosegue la spiegazione passando ai valori delle emissioni inquinanti insistendo in particolar modo sul’HCL (acido cloridrico) che passa da un valore spropositato della fornace allo zero dei camini.

Prosegue poi indicando il valore zero anche delle polveri ma senza specificarne le dimensioni.

Gli altri valori sono diversi da zero ma non vengono passati al dettaglio.

Ad un altro tecnico chiedo quanto fango producono i filtri e lui mi risponde: ”Solo lo 0.01%”.

Beh, lo 0.01% di 86000 tonn. è pari a 8.6 tonn. … non è che sia poco.

Chiedo anche quante ceneri vengono prodotte al’anno e dove vengono messe, stessa cosa anche per i fanghi di filtrazione.

“Il 18% dei rifiuti diventa cenere e con i fanghi vanno in una discarica speciale”. È la risposta.

Il tour prosegue fino alla prima fornace dove arrivo un pò dopo e uno dei visitatori mi dice all’orecchio:” … Gli danno un “aiutino” col gas se scende di temperatura, me l’ha detto quello lì”.

Andiamo avanti fino a raggiungere la fossa delle ceneri raffreddate con acqua dove dicono che successivamente vengono inertizzate e poi utilizzate come “materiale edile”,

Una casa fatta con quel materiale lì io non la vorrei e poi ho letto che i materiali edili fatti con le ceneri si sono rivelati tossici.

L’ultima tappa è la turbina a vapore mossa per produrre energia elettrica sufficiente per dar corrente a tutta Valmadrera, tanto ma sicuramente molto meno dell’energia utilizzata per produrre ciò che è stato bruciato.

“Il giro è finito, spero che vi sia piaciuto e che parliate bene dell’inceneritore”. Ha detto il tecnico alla fine della visita.

Ho la nausea, questo signore difende il suo posto di lavoro ma non sa che un sistema molto meno costoso, non incentivato e che non brucia niente come quello di Vedelago darebbe lavoro a lui e anche a tutti i suoi amici.

Mentre esco chiacchiero con due signori e faccio loro un paio di domande di fronte alle quali restano perplessi: non mi sembra che siano propensi a parlare bene dell’inceneritore.

Arrivo all’uscita senza aver fugato nessuno dei miei dubbi e senza aver confutato nessuna delle mie paure.

Guardo avanti e vedo che sta per entrare un politico locale, mi pare sia il sen. Antonio Rusconi del PD mentre esclama: ”Io sono venuto un sacco di volte qui alla Silea in visita!”.

E’ patetico l’amore che i nostri politici hanno per gli inceneritori ed incredibile che non si siano resi conto che essi sono inutili, malsani e costosi.

Mentre torno a casa rifletto su quanto ho udito e ricordo che a scuola mi insegnarono che “nulla si crea e nulla si distrugge” per cui il prodotto di una combustione ha una massa pari (a volte anche superiore) alla massa iniziale da bruciare… ma allora se il 18% sono ceneri e lo 0.01% fanghi, la massa rimanente dov’è finita? Dove è finito il restante 81.99% della massa iniziale composta da rifiuti? Sono ben 70mila tonnellate di un qualcosa che può essere uscito solo dai camini e, secondo me, lo sto respirando adesso.

Entro in casa e vado sul sito della Silea dove sta scritto che la Seruso S.p.A. è un’azienda partecipata al 80,5%, più della Compostaggio Lecchese che è pertecipata al 51%.

Quante altre volte mi avranno mentito?

Ne riparleremo.

La decrescita come risposta alla crisi economica.

L’economia ristagna ormai da tempo e i provvedimenti messi in atto dai governi che si sono succeduti in questi anni di PIL rasoterra o negativo, non hanno dato nessun esito. Oggi il secondo tema preferito nei dibattiti politici televisivi è l’economia (il primo sono le serata “informali” a casa del premier) e parlando di essa si disquisisce su tutto: di tasse da togliere alle imprese, di incentivi e di innovazione per intere mezz’ore in un crescendo wagneriano fino a giungere all’apice del discorso e, a questo punto, in un’atmosfera intrisa di religioso silenzio, si pronuncia la frase magica:”…Ci vuole la crescita”.

Di solito il sacro compito di proferire la “frase aurea” spetta ad un componente del centro sinistra. Ebbene sì, abbiamo la fortuna di avere un’opposizione che “ha inventato la crescita”.

Se diradassimo per un attimo la nebbiosa immagine del PIL salva-patria e cominciassimo a ragionare su quali sono i nostri problemi reali e le relative cause, probabilmente ci renderemmo conto che questa crescita economica non è proprio così indispensabile.

La crescita del PIL altro non è che “l’aumento della produzione di merci” per cui, secondo i nostri politici, noi dovremmo perseguire tale aumento per sempre per poter sostenere i conti pubblici e tutto il nostro sistema economico.

E’ possibile avere una crescita infinita della produzione di merci sul nostro pianeta?

La risposta sarebbe sì se il nostro pianeta disponesse di risorse infinite e di una disponibilità ad accogliere un numero di abitanti infinito. Ma così non è. Basti pensare che durante l’anno 2010 abbiamo raggiunto il giorno dell’overshoot, il giorno dell’anno oltre il quale abbiamo esaurito le risorse che esso è in grado di rigenerare, il 21 agosto. Siccome dal 22 agosto al 31 dicembre abbiamo continuato a produrre e consumare, ciò significa una cosa sola: che stiamo erodendo il pianeta oltre le sue possibilità.

E’ serio parlare di “crescita”del PIL in uno scenario simile? Evidentemente no.

Se vogliamo discutere in modo serio dei problemi della nostra economia bisogna partire da ciò che si può fare lasciando stare le favole. La crescita economica infinita è un chimera irrealizzabile e organizzarsi in funzione di essa è stupido.

“La crescita genera occupazione”. E’ un altro dei “mantra” della politica ma… sarà vero?

Più io consumo più il PIL sale e se io consumo più gas per riscaldare la casa il PIL sale. Se io coibento la mia casa consumerò meno gas e il PIL scenderà… ma ho fatto lavorare delle persone per compiere il lavoro di isolamento. Se incenerisco i rifiuti ho bisogno di altro petrolio per produrre nuove confezioni in plastica e produrre molte confezioni creerebbe lavoro (per dei macchinari però) e il PIL cresce.

Se riciclo i rifiuti consumo meno petrolio e il PIL scende ma occupo più persone nelle filiere di riciclo e riuso delle plastiche rispetto all’inceneritore (il rapporto è pari a 15 a 1 secondo il CONAI) e senza un aumento dei costi di smaltimento. Significativa a questo proposito l’esperienza del comune di Capannori (LU) dove la raccolta differenziata spinta all’82% ha spostato il denaro dalle spese di smaltimento all’occupazione del personale.

La relazione diretta tra occupazione, benessere e crescita dell’occupazione non è rigida come i politici vorrebbero farci credere, esiste invece una correlazione diretta tra la distruzione dell’ambiente e i guadagni delle grandi imprese con la crescita del PIL e questo spiegherebbe molte cose.

Se vogliamo togliere veramente l’Italia dal cul di sacco dove si è infilata, sarà necessario fare una riflessione seria su chi siamo e su che tipo di futuro intendiamo costruire per i nostri figli. Per questa riflessione vi lasciamo con questo video di M. Pallante, teorico italiano della Decrescita felice. Il MoVimento 5 stelle ha assunto come proprio programma economico proprio la Decrescita felice alla luce della convinzione che la soluzione al troppo consumo è una sola: meno consumo.

Trappola ai lavoratori: quanti interessati se ne sono accorti?

Una vergogna assistere alla copertura dei media con esclusivamente, o quasi, il troiame di Arcore invece di trattare questioni serie e drammatiche per molti concittadini e le loro famiglie.

Manca infatti una settimana al termine dei 60 giorni, stabiliti dal collegato lavoro, entro i quali i lavoratori con un contratto a termine scaduto, possono fare ricorso al proprio datore di lavoro prima di perderne definitivamente il diritto.

Il 23 gennaio, infatti, è la ‘dead line’ individuata dal collegato lavoro, dopo l’entrata in vigore della legge avvenuta lo scorso 24 novembre, per quei lavoratori con un contratto a termine scaduto, oltre la quale sarà impossibile impugnare l’eventuale licenziamento irregolare, con effetto retroattivo.

Quanti quanti lavoratori potenzialmente interessati ne sono al corrente?

Per maggiori dettagli sul  sito web della CGIL

I Regressisti (sottotitolo: c’erano una volta i Progressisti)

Rieccheggia nella mente quanto Nanni Moretti urlava in piazza non molti anni fa: “Con questi dirgenti non vinceremo mai!“.

Chissà se il buon Nanni Moretti userebbe, oggi, nuovamente, la seconda persona plurale e non la terza. Certamente decine di migliaia di lavoratori, e non solo quelli costretti a firmare un accordo-ricatto come quello di Marchionne, hanno interiorizzato la terza persona, tradotto: non li voteranno più.

La questione più importante,  nel merito del ricatto-Marchionne, è quanto spacciato al fine di tenersi cari i Poteri Forti, pensando che tornerà utile quando (loro pensano…) riguadagneranno il potere.

Si sostiene infatti che: “bisogna comprendere la FIAT e Marchionne perchè, per ragioni di competitività globale, non si può non allinearsi alle condizioni dei lavoratori in altri Paesi dove si producono auto”.

Di quali Paesi si parla?!? Della Cina? Dell’India? Del Brasile?

Ma noi siamo in Europa, o no? E allora vogliamo esaminare il reale potere di acquisto di 1.200 € di salario per un operaio italiano con la sua famiglia, comparandolo con il suo omologo in Francia, in Germania o in Spagna?

Vogliamo parlare di detrazioni fiscali in quei Paesi? Vogliamo parlare di assistenza alla famiglia in quei Paesi? Vogliamo parlare di welfare in quei Paesi? Tirate fuori i numeri (che ben conoscete), rifacciamo i calcoli (che ben sapete fare) e sveleremo la realtà: in Italia ci si avvicina sempre di più alle condizioni dei Paesi dove i lavoratori sono sfruttati, spremuti e gettati.

Perché non si dice che gli investimenti previsti saranno tutti da dimostrare, e come ci si comporterà se poi  FIAT non manterrà gli impegni ?

Perché non si dice che gli annunciati investimenti sono strategicamente sbagliati poichè riguarderanno SUV e Panda che sono su un binario morto? Per lasciare la porta alla futura giustificazione che “è il mercato, bellezza!“?

Perché non si dice che l’incidenza del costo del lavoro su un’auto non supera il 7% mentre la pubblicità pesa circa il 30%? Perchè non ottimizzare quell’area dei costi? Già… ma la pubblicità la riscuotono in grandissima parte i gruppi della carta stampata: Espresso-Repubblica, RCS-Corriere della Sera, etc. ., nonché la lottizzata RAI e il sistema Mediaset (Berlusconi, no?), e allora chi li tocca!

Si dovrebbero vergognare tutti questi professionisti della politica che non hanno mai lavorato, che nemmeno con uno sforzo della loro immaginazione possono pensare cosa voglia dire lavorare ad una catena di montaggio 8 ore al giorno per 40 anni, e che blaterano retorica e propaganda stando seduti sulla loro cadrega dorata in Parlamento.

L’accettazione del metodo-ricatto-Marchionne, oltre che drammatico in sé, diventa un pericoloso precedente su una china Regressista.

C’erano una volta i Progressisti: amen!

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